L’universo da cullare

Svanito il sole mi è rimasto il cielo
Caduto il cielo mi ha sorriso il mare
Destatosi alto
nella scura forma delle nubi
Mi ha bagnata la pioggia.

Così sola e silente e confusa
Bagnata di mare e di nubi,
ho scavato la terra per ritrovare semi.

Semi di rosa, sopiti ad aspettar la luce
Tulipani inerti spenti dal buio, mai schiusi

Dove ho spinto i miei passi
Quando anche la terra è terminata?
Mi è rimasto l’universo per sognare
Soltanto l’universo da cullare

Annunci

Il poeta.

Il poeta si è chiuso in casa a pensare. E l’atleta corre nella fredda mattina. E la bevanda calda lancia fumo in aria, come fosse un treno che corre su una prateria sconosciuta. Il pensiero torna costante e pesante sul capo di chi corre senza meta. Fatica la scarpa o il piede? O l’uno o l’altro o tutti e due? Così il suolo incassa i colpi delle scarpe, e risuona lievemente. Così le dita del poeta hanno scritto le prime righe. Attorno al parco della fantasia dove corrono strade di macchine, fiumi di leggeri scintillanti pensieri passano e scorrono e oltrepassano l’asfalto. E non è l’asfalto, ma il ricordo del suono che l’ha portato fin li. Ha sentito un suono lancinante, un suono doloroso che si è avvinghiato al padiglione auricolare. Era una notte serena, dove le stelle sussurrano i sogni raccontati dalla luna. Era una notte chiara, di luce dispersa, era una notte densa di ombre veloci. E lui era li che dormiva senza pensare di star dormendo.

Non sai mai quando arriva il momento esatto in cui smetti di correre. Perché il tuo corpo non ce la fa più, e il fiato fatica a stare dietro ai piedi. Non sai mai quando le dita smettono di suonare la tastiera, e si arrendono alla matassa impigliata dei pensieri. Ad un certo punto l’uomo non ce la fa. Ad un certo punto l’uomo cede. Ad un certo punto l’uomo stramazza perché si ricorda soltanto i propri limiti.

Ha creduto di non potercela fare, lo scatto verso la definizione di una meta non era molto lontano, ma niente, lui ha deciso di non farcela e si è fermato. Così leggermente ansimante l’osservava il poeta. Un occhio passava tra le righe del foglio, e una lieve ruga si affacciava insieme allo sguardo per capire cosa avrebbe fatto l’atleta. Le dita non toccavano più le lettere, e il fiato era lento e corto. L’iride si faceva piccola, e l’occhio rimaneva immobile.

E se cedi tu, cadrò rovinosamente a terra. Se cedi tu muore il foglio, se cedi tu la mia vita perde un colore. L’atleta si guarda attorno, il cielo dipinge il suo crepuscolo, le strade si intiepidiscono di arancione, le sagome in lontananza sono persone che si trascinano sul fondo di una scena principe.

A chi interessa la loro vita? Signori miei vendo una storia qualsiasi, vendo il chiacchiericcio della donna ordinaria che non ha mai coltivato la sua straordinarietà. Signori miei correte ed accorrete, un altro mondo è arrivato ora al bancone, la sagoma di una vita comoda, della vita che sa già come morirà, di una vita non vissuta! Signori, ancora, è un prezzo di favore, è un prezzo stracciato, è un favore! Per favore gente, a che vi serve un atleta nel punto più alto dell’oscillazione, tra il suo determinarsi ed il suo perdersi? E’ stato ben determinato, dalla scienza, che poi il perdersi non include più quel ritrovarsi. E sì, ragazzi miei, ogni lasciata è persa, per cui prendete adesso un’altra vita, un po’ più scarna, un po’ più chiara, un po’ anoressica. E quando arriverà il vostro turno sulla scena, ingozzatevi di emozioni e sbandierate la vostra natura bulimica vomitandovi l’un l’altro le imperfezioni incagliate nella parte più buia della vostra gola!

Ma che dico, ah… sembra quasi che io vi stia chiedendo di inorridire al pensiero delle putrefazioni dell’anima. Sembra quasi che io vi stia spingendo al di fuori della scena solo per capire fin dove l’animo dell’uomo può  morire.

E davanti a tutte queste vite, non so a chi potrebbe interessare la goccia di sudore torbida che sta scivolando adesso sul braccio dell’atleta, che tuttora adagia il proprio peso al tronco dell’albero. Silenzio! Silenzio! Quanto si sente il rumore dell’acqua che scivola? Si sente, anche se non l’avete mai sentito. Si sente a volte forte, a volte lieve. Si sente solo se hai lasciato nella testa un piccolo spazio di silenzio e vuoto, per poter accogliere il rumore dello strisciare dell’acqua.

A chi si deve il merito di questo momento? Il primo momento in cui ho sentito l’acqua carezzare la pelle? Lo scrittore è sorpreso, sgrana l’occhio e nota questo piccolo elemento. Potrebbe essere quella la briciola che fa esplodere l’ingranaggio?

La tazza sopra il tavolo non fuma più, ma le dita d’un tratto, seguono l’avvio della sua musica. Basta un legnetto ed uno sguardo ad occhi chiusi, per far scorrere sull’aria la più bella esecuzione della cavalcata delle valchirie. Così il poeta ha trovato la sua briciola, il suo sassolino. Il battito in più che stravolge un’intera vita.

L’atleta chiude i pugni perché l’amarezza dell’arresa contrae i suoi muscoli, rivolta le sue viscere. La goccia non la sento più, non so dove sia volata. Qualcosa dal fondo della scena inizia a spandersi nell’aria.

Silenzio. Ancora. E’ descritto adesso un bicchiere di vetro sopra un tavolo. E’ avvolto tra le grinfie di un silenzio quasi massacrante. Non respira, e ci sei anche tu, e dentro i tuoi polmoni senti l’aria che passa, ma non ti appartiene più. E’ un silenzio penetrante, come un tagliente chiodo che affilato si insinua tra le pareti più solide. L’acqua tradisce un movimento esterno, forse un treno che passa da fuori e non si sente, forse un boato lontano, forse uno schianto. Un brivido fugge dal centro della sua superficie raggrinzendo l’acqua prima ferma, in concentriche onde leggere. L’esplosione del mondo. Gli occhi ti raccontano di un caos che investe il pianeta, di monti che franano, e fiumi che invadono le città, e luci che esplodono, palazzi che collabiscono al suolo. Però il poeta non te l’ha mai detto. Il poeta ha spento il suono, ha ristretto il tuo campo visivo, ti ha privato della possibilità di muoverti. Così non vedi nulla, non partecipi alla disfatta del mondo, vedi solo una piccola goccia di sangue capitare all’interno di quella quiete isolata.

Ed è di nuovo caos. E’ di nuovo strazio silente. Non puoi percepire il secondo preciso in cui le innumerevoli particelle rosse, si abbuffano di quell’ acqua tanto avidamente da esplodere, da strapparsi, rompersi. Un piccolo corpo prima essenziale alla vita, si strappa la pelle immerso in un piccolo bicchiere d’acqua, che troneggia la scena da un tavolo, che distoglie il mondo dall’apocalisse.

Ma tu che ascolti e tu che vedi, tu cosa ne sai di questo dramma? Si consuma avanti ai tuoi occhi, e piccole molecole di sangue si deteriorano dolorosamente avanti a te, mentre invece osservi affascinato la bellezza di quel rosso denso che sembra quasi danzare con l’acqua, sembra essere nel posto giusto, al momento giusto, in braccio alla sua sposa, a ballare tra i suoi vortici concentrici, a sfilacciarsi come una veste purpurea e regale che s’alza alla giravolta. Ma che belli che ballano, ma che belli che s’abbracciano.

“Ma che belli!” stai pensando, mentre il sangue muore e il mondo esplode.

Te l’avevo detto, il poeta ha ristretto il tuo campo visivo, e d’un tratto questo stupore partorisce il dramma. D’un tratto non ti accorgi del tocco di marmo trasportato da un uragano durante l’apocalisse che sta avvenendo attorno a te, ma che non sapevi perché no, il poeta non te l’aveva detto. Ma che bello, il bicchiere è tinteggiato d’un acqua rosea, e non si può più dire se fosse mai stata acqua che a un certo punto ha incontrato il sangue, o da sempre chiaro succo di mirtillo. Che bello, il marmo ti ha stroncato, e tu sei morto sotto un peso che non sapevi sarebbe arrivato, ma ancora non lo sai, perché di nuovo, il poeta non te l’ha detto.

Senti solo il tuo cuore, senti solo il buio. Sei un bimbo frastornato dal caos di una stanza rigurgitante musica festante. E si avvicina, battito per battito il tuo cuore. Si avvicina senza cedimenti al tempo. Tu tum, tu tum. Tu lo sai che è il tuo cuore, perché sembra che te l’abbiano strappato dal petto. Tu tum tu tum. Si avvicina, lo sai, perché il suono è sempre più forte. Tu tum, tu tum, il suono non è più lontano, non è più vicino, il suono è tutto il buio che ti circonda. Tu tum, tu tum, ti accorgi di tremare al tempo di quei passi costanti, ti accorgi che nel buio hai perso le tue dimensioni. Tu tum, tu tum, è incalzante, è incessante, è presente, è. Perché hai paura di una realtà che ormai ti avvolge? E se tu stesso fossi quella realtà che temi? Temi un battito veloce? Temi perché sai che ti ha tolto il corpo? Hai capito dove è finito il tuo corpo o ancora sei nella fase in cui ti strazi l’anima alla ricerca di un qualcosa che non ti appartiene più?

Tu tum , tu tum. Tu sei quel tu tum, tu sei quel cuore. Tu sei quel battito, tu sei l’orchestra che ha fatto partire il poeta, sei il tamburo di pelle tesa. Tu sei l’atleta e la sua paura, sei l’esitazione del secondo prima. Dal momento in cui si è infranto il tuo mondo è da sciocchi cercarti ancora nelle vecchie vesti. Anche se il poeta non te l’ha detto, anche se non ti ha avvisato che saresti morto in quel modo, mentre ti stupivi di un sangue che moriva. E non lo sapevi.

Tu sei il battito, e nient’atro, perché l’ha scritto il poeta su suo foglio, che dopo aver bevuto la sua tazza fumante e aver osservato l’atleta, ha capito cosa mancava nella scena.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Rosa d’argilla

Devoto e astratto angelo

posato su di un petalo d’argento.

La lacrima di ieri ha impastato

l’argilla preziosa,

l’argilla preziosa ha scolpito la rosa.

 

Ed ora che ieri s’è fatto vivo in carne,

ora che risuona materia dal più grande

sospiro scordato,

è nient’altro che musica festante

quest’angelo disteso sul bocciolo,

di un qualcosa che non parla ancora,

non ride e non piange.

 

E’ nient’altro che il piccolo più grande:

frenesia di vita ed entusiasmo folle

confinato dentro un petalo d’argento,

tremolante e vivo fulgido momento.

Densi istanti

Piano la luce
Rasserena lo sguardo
Non mi prende,
non mi tocca
non mi sfiora.
Mi trascende.

Resto ad ascoltare ferma
gli occhi tuoi prolissi,
e colori raccontati
e conservati.

E poi sospira il cuore,
A risfogliar intrepido
tiepidi ricordi
accoccolati e stanchi.
Ad addensare istanti
corrugati sopra l’onde
della fronte.

A ritornare amante
E chiaro e impavido,
e lucente.

Vita ancora informe

Pensieri bellissimi

della forma delle stelle,

che tornano e rivanno,

delicatezza della pelle.

E profumi caldissimi,

di rustico e di pane e carne.

Fuoco tiepido borbotta al cielo

storie torbide in costanti fiamme

Mani ruvide, che sono corde

Tese e spesse mai spezzate, forti

Labbra esili, sull’ uscio di un mondo

che m’hanno raccontato,

e che ti racconto.

 

Pensieri fortissimi,

di qualsiasi vita informe

potenzialità e potenza

di chi adesso solamente, dorme.

Quale compito mi ha affidato il cielo?

In che ruolo potrò presentarmi?

Ora sposto dai miei occhi un velo

Cerco in me tutte le forze, e tremo.